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Decompressimetri e computer

Cenni storici

Le malattie che in passato colpivano senza apparenti ragioni operai impegnati in attività subacquee portuali furono oggetto di studio già a partire dal 1870. Queste malattie vennero chiamate "'malattie da decompressione"' e si capì che i gas che compongono l’aria, interagivano chimicamente col corpo in modo correlato alla pressione ed al tempo di permanenza in profondità.
Ma fu solo agli inizi del '900 che studi sperimentali, svolti dalla Marina Militare degli Stati Uniti per esigenze belliche definirono con precisione queste correlazioni. Vennero messe a punto delle tabelle di decompressione testate però solo su giovani preparati fisicamente e di sesso maschile.

Con il progressivo interesse delle industrie e delle associazioni sportive furono elaborate, soprattutto negli Stati Uniti e in Svizzera, delle nuove tabelle studiate e sperimentate su persone normali, giovani, donne e anziani. Queste tabelle erano meno permissive, ma assolutamente più sicure, soprattutto nelle immersioni successive. Le tabelle che si portavano sott'acqua erano generalmente in plastica e indicavano una serie di dati necessari per immersioni di tipo sportivo, di durata non eccesiva e a bassa e media profondità, da - 15 a - 50 metri.

Le tabelle furono abbandonate quando il primo strumento analogico chiamato decompressimetro o bend- O-meter, venne costruito dalla ditta italiana SOS (Strumenti Ottici Subacquei) nel 1959 su progetto degli ingegneri Victor De Sanctis e Alinari. Fu successivamente commercializzato anche da varie ditte di attrezzature subacquee come Scubapro, Cressi etc..
DCP era la sigla identificativa del decompressimetro classico, il primo apparecchio realizzato al mondo in grado di indicare il progressivo avvicinarsi ai limiti della curva di sicurezza e di calcolare automaticamente le quote e i tempi di decompressione.
Il suo funzionamento era piuttosto semplice: si trattava di una camera d'aria riempita di gas, incapsulata nell'interno di un piccolo alloggiamento e collegata tramite una membrana di ceramica porosa (che simulava i tessuti), la cui pressione veniva misurata da un manometro che indicava poi le tappe di decompressione.

Con il progredire della tecnologia i decompressimetri divennero sempre più sofisticati e si trasformarono in veri computer da polso.Oggi i computer sub si sono moltiplicati con decine di tipi e modelli diversi, dai più semplici fino a quelli adatti alle immersioni estreme, capaci di elaborare sia una semplice immersione ad aria a 30 metri, sia quella più profondata a 150 metri con l’utilizzo di molte miscele diverse.

Computer - Nr. 16