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Accessori fotografici e obiettivi

Cenni storici

Esposimetri
Per operare in modo corretto tutte le fotocamere si basano su due elementi: tempi e diaframmi. Con la combinazione di questi valori, si stabiliscono la profondità di campo e la giusta esposizione relativa alla luce dell'ambiente. La valutazione della quantità di luce è determinante per la buona riuscita di uno scatto.
In passato non tutte le macchine fotografiche erano dotate di esposimetro per la misurazione della luce che investe il soggetto da fotografare. La valutazione della luce era quindi affidata all’esperienza del fotografo che, ad occhio nudo, ne stimava la quantità e di conseguenza impostava manualmente sull'apparecchio diaframma e tempo. La valutazione soggettiva non sempre era corretta e i risultati spesso erano piuttosto deludenti.
Nacque quindi uno strumento specifico; l’esposimetro a mano, che forniva la possibilità di misurare la luce incidente, cioè quella che investe il soggetto anzichè quella che il soggeto riflette. Gli esposimetri, utilizzati dai subacquei, potevano essere quelli terrestri opportunamente scafandrati per resistere alla pressione dell'acqua. Alcune società, come la Sekonic, realizzarono anche degli esposimetri universali in grado di operare sia sulla terraferma che sotto la superficie del mare.
Questi strumenti oggi non sono più utilizzati poichè tutte le macchine fotografiche reflex son dotate di esposimetri incorporati. L'esposimetro manuale trova ancora applicazione negli studi fotografoci dove si realizzano fotografie di alta qualità nel settore della moda o della pubblicità o in particolari condizioni ambientali.

Mirini ottici, lenti addizionali grandangolari
I mirini ottici fissati su una apposita slitta situata nella parte superiore delle fotocamere non reflex, come le prime Nikonos, erano indicati per le riprese ravvicinate e consentivano una perfetta inquadratura e l'esatta copertura dell'obiettivo. Senza mirino l'uso di lenti addizionali richideva l'impiego di astine distanziatrici. Le lenti addizionali erano lenti applicabili sull'obiettivo delle macchine fotografiche (non solo Nikonos) per variarne il fuoco allo scopo di fotografare soggetti molto ravvicinati. Era una soluzione più economica rispetto all'acquisto di obiettivi macro, anche se con questo sistema si riduceva la luminosità e si doveva aumentare il diaframma con conseguente diminuzione di profondità di campo. Le lenti addizionali potevano essere utilizzate sia su fotocamere anfibie che scafandrate.
Nel primo caso esisteva la possibilità di montare e smontare sott'acqua l'accessorio; mentre nel secondo caso questo non era possibile, ad eccezione della vecchia Rolleimarin che era dotata di un apposito dispositivo che permetteva l'impiego di ben 2 lenti di diversa lunghezza focale.

Tubi di prolunga e aste distanziatrici
La realizzazione di immagini ravvicinate poteva anche essere effettuata attraverso l'interposizione, tra obiettivo e il corpo della macchina, di appositi anelli distanziatori, comunemente denominati tubi di prolunga. I tubi, a differenza delle lenti aggiuntive, consentivano di raggiungere buoni rapporti di riproduzione senza accusare perdita di definizione o aberrazioni cromatiche evidenti. Il loro limite era rappresentato dalla non intercambiabilità sott'acqua.
Utilizzando tubi di prolunga non si parlava più di distanza di messa a fuoco, ma di rapporto di riproduzione definito come il rapporto tra le dimensioni del soggetto impressionato sulla pellicola e le sue dimensioni reali. Comunemente in commercio esistevano tubi di prolunga con i seguenti rapporti di riproduzione: 2:1, 1:1, 1:2, 1:3; da utilizzare con l'obiettivo da 35 mm.
Con l'utilizzo di lenti addizionali o tubi di prolunga diventava però difficile determinare la distanza di messa a fuoco del soggetto, non essendo possibile effettuare valutazioni a stima in considerazione della ridotta profondità di campo. Era quindi necessario usare aste distanziatrici che avevano sull'estremità un riquadro per la delimitazione dell'area da riprendere.